Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in appello: un revirement della Corte?

Di Luana Granozio -

Cass., Sez. I – ud. 20 giugno 2017 (dep. 12 settembre 2017), n. 41571

Il caso è relativo ad una assoluzione in appello dopo sentenza di condanna in primo grado e la Corte giunge ad enunciare il seguente principio di diritto: “l’articolo 603 c.p.p., comma 3, in applicazione dell’articolo 6 CEDU deve essere interpretato nel senso che il giudice di appello per pronunciare sentenza di assoluzione in riforma della condanna del primo giudice deve previamente rinnovare la prova testimoniale della persona offesa, allorché, costituendo prova decisiva, intenda valutarne diversamente la attendibilità, a meno che tale prova risulti travisata per omissione, invenzione o falsificazione.”
Il percorso argomentativo muove da una disamina della nota giurisprudenza EDU (Dan/Moldavia) e della decisione delle Sezioni Unite sul tema (Dasgupta) per giungere a dissentire dalle argomentazioni sul tema, della giurisprudenza di altre sezioni della Corte (da ultimo la decisione Cass. Sez. 4, n. 4222 del 20/12/2016 dep. 30/1/2017, in questo sito, con commento di GRANOZIO, Reformatio in melius, “obbligo di motivazione rafforzata”).
La ricostruzione si sofferma sull’analisi del sistema ordinamentale e tratteggia “i principi fondamentali di rilievo costituzionale che caratterizzano il nostro sistema processuale, cioè il pubblico ministero quale portatore di una prospettiva di legalità (anche in favore dello stesso imputato) e la pluralità dei gradi di giurisdizione quale esigenza di giustizia che tende alla “certezza” della decisione in vista del raggiungimento della verità processuale e per l’attuazione del principio di legalità.”
Tra gli argomenti si legge un interessante obiter dictum contro la separazione delle carriere: “l’eliminazione di ogni contaminazione funzionale tra giudice e organo dell’accusa – specie in tema di formazione della prova e di liberta personale – non comporta che, sul piano strutturale ed organico, il P.M. sia separato dalla Magistratura costituita in ordine autonomo ed indipendente.”
L’obiezione principale all’arresto giurisprudenziale maggioritario, attiene al principio di oralità: “se si ritiene che il “metodo di assunzione della prova epistemologicamente più affidabile” sia quello dell’oralità non si vede perché questo metodo non debba essere adottato sempre dal giudice dell’impugnazione a fini di giustizia e di certezza della decisione e a presidio delle esigenze di “legalità” a prescindere dagli esiti decisori. …Se il ragionevole dubbio non è, come non può essere, uno stato psicologico del giudice… tale metodo non debba essere utilizzato in qualsiasi ipotesi di decisioni contrastanti nei due gradi di giudizio; ne’ vale a spiegare una diversità di metodo in relazione all’esito decisorio del primo giudice la riconduzione del canone del ragionevole dubbio alla presunzione di innocenza, perché questa vale “sino alla condanna definitiva”, cioè fino a quando non è completato il percorso che consente di raggiungere la verità processuale e fino a quando il sistema processuale non ha esaurito tutti i sistemi di controllo della legalità della decisione.”
Esaminando poi i principi desumibili dalla CEDU la Corte giunge alla seconda argomentazione posta a sostegno della decisione ovvero la necessità di tutela della persona offesa.
La ricerca di una soluzione interpretativa che tenga conto di tale cogente esigenza conduce ad affermare che “l’esigenza di uniformità impone all’interprete di piegare il dato normativo interno verso significati diversi da quelli originariamente prefigurati dal legislatore”.
L’epilogo logico conduce ad “una inedita dimensione triadica che riconosce alla vittima del reato la figura di soggetto processuale con ampi diritti di partecipazione, di conoscenza dello sviluppo della progressione processuale e di tutela in sede penale dei propri diritti fondamentali; in tal modo si realizza, nell’ambito del processo penale, una significativa convergenza tra l’interesse collettivo al perseguimento degli autori di reato e l’interesse individuale della vittima all’accertamento della responsabilità ” .
Con buona pace di “una norma codicistica, quindi di legge ordinaria, quale è quella del ragionevole dubbio”.

In materia, si veda Patrizia Maciocchi, Processo penale: teste da risentire in appello anche in caso di assoluzione, in Quotidiano del diritto, 13 settembre 2017.