Sfregio del viso con l’acido: concorso tra due aggravanti ad effetto speciale e quattro ad effetto comune

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. V, 21 dicembre 2017 (dep. 17 gennaio 2018), n. 1928

La sentenza in commento riguarda un noto caso di lesioni dolose gravissime consistite nello sfregio permanente del viso della persona offesa. Più in particolare, rispetto ad una serie di aggressioni con l’acido a danno di persone diverse, la pronuncia in oggetto riguarda un solo episodio per il quale gli imputati erano stati tratti a giudizio con rito immediato, mentre per tutti gli altri si era proceduto separatamente con rito ordinario.
Nel procedimento immediato l’imputazione concerneva il delitto previsto e punito dall’art. 582 c.p., aggravato da due circostanze ad effetto speciale ai sensi dell’art. 583 c.p. e da quattro aggravanti comuni.
Il Giudice di prime cure, individuata nello sfregio permanente del viso la circostanza aggravante ad effetto speciale più grave, aveva fissato la pena base in anni dieci di reclusione, poi aveva applicato l’aumento di tre anni per la circostanza – sempre ad effetto speciale – dell’indebolimento permanente dei sensi e da ultimo aveva applicato in successione le restanti aggravanti ad effetto comune, aumentando ogni volta fino ad un terzo la pena ed arrivando ad una pena finale di anni ventuno (poi diminuita per il rito ad anni quattordici, avendo gli imputati scelto il rito abbreviato).
La difesa allora aveva censurato il procedimento del calcolo della pena per due motivi.
In primo luogo aveva sostenuto che, poiché quando concorrono più circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o circostanze ad effetto speciale, il giudice deve applicare la pena stabilita per la circostanza più grave e poi può al massimo procedere ad un ulteriore aumento pari ad un terzo (art. 63 comma 4 c.p.), lo stesso limite deve valere quando concorrono aggravanti ad effetto speciale con aggravanti comuni.
In secondo luogo perché, a suo avviso, il tetto massimo fissato dall’art. 66 c.p., pari al triplo del massimo stabilito dalla legge per il reato, è oltrepassabile solo in applicazione dell’aumento relativo a circostanze aggravanti ad effetto speciale, non anche per effetto di aggravanti comuni: quindi nel caso di specie la pena applicabile non avrebbe potuto comunque essere superiore ad anni tredici e mesi quattro di reclusione (dieci più un terzo ex art. 63 comma 4 c.p.), pena effettivamente superiore al triplo del massimo previsto dall’art. 582 c.p. (ossia superiore a nove anni, triplo del massimo edittale), ma giustificata in virtù dell’espressa riserva prevista dall’art. 66 c.p. che tuttavia imponeva al giudicante di non procedere ad ulteriori aumenti per le aggravanti comuni.
La Suprema Corte ha condiviso il ragionamento dei giudici di merito: “gli aumenti di pena sono stati applicati, conformemente a quanto statuito dal sopra richiamato articolo 63, commi 3 e 4, sulla base della pena relativa alla circostanza ad effetto speciale più grave e l’ulteriore aumento di pena per le altre ulteriori concorrenti circostanze risulta rispettosa dell’ulteriore criterio moderatore dettato dall’articolo 66 c.p., comma 1”. Pertanto la Corte afferma “il principio secondo cui in tema di circostanze aggravanti, l’aumento facoltativo della pena derivante dalla concorrenza di più circostanze aggravanti, ai sensi dell’ultima parte dell’articolo 63 c.p., comma 4 opera sulla pena determinata ai sensi del comma precedente, vale a dire su quella determinata con riferimento alla più grave circostanza aggravante ad effetto speciale; ciò comporta la non operatività del limite previsto dall’articolo 66 c.p., in applicazione della clausola di esclusione prevista proprio dall’articolo da ultimo citato”, di talché “l’unico limite non superabile per la determinazione della pena era quello previsto dall’articolo 66 c.p., comma 1, n. 1, e cioè il limite dei trenta anni di reclusione che è stato ampiamente rispettato”. Infine, il sistema così delineato non si pone in contrasto con i principi fondamentali di ragionevolezza e di proporzionalità della pena rispetto al fatto, rientrando pienamente nella discrezionalità del legislatore il diverso sistema di calcolo della pena in presenza di aggravanti ad effetto speciale ed aggravanti comuni, “diversità peraltro ampiamente giustificata anche dal diverso regime giuridico delle modalità di aumento della pena accordato dal legislatore alle due tipologie di aggravanti”.
Queste lapidarie considerazioni pongono alcuni interrogativi.
Intanto va sottolineato che la Corte non ha fatto riferimento a precedenti pronunce; in effetti il panorama giurisprudenziale non sembra offrire molti spunti sull’argomento.
Si possono al massimo citare due sentenze di legittimità che hanno risolto la questione in termini opposti a quella in oggetto, ossia affermando che quando concorrono più circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o circostanze ad effetto speciale, si deve tener conto, ai sensi dell’articolo 63 comma 4 c.p., della pena stabilita per la circostanza più grave e dell’aumento complessivo di un terzo “per tutte le altre circostanze globalmente considerate”. Si tratta di Cass. Pen., I Sez., 17 maggio 2010, n. 18513 e di Cass. Pen., IV Sez., 28 aprile 2014, n. 17805, entrambe però concernenti il concorso di tre o più circostanze aggravanti ad effetto speciale, non quindi di aggravanti ad effetto speciale con aggravanti ad effetto comune.
Venendo ad un secondo aspetto di interesse, il ragionamento della Corte sembra manifestare un profilo di irragionevolezza di fondo. Infatti, portandolo agli estremi, si potrebbe concludere che, quando una circostanza ad effetto speciale concorre con altre circostanze meno gravi dello stesso tipo, la pena finale (che sarebbe calcolata così: la stessa circostanza ad effetto speciale come pena base, aumentata una sola volta non oltre un terzo) sarebbe sempre inferiore rispetto all’ipotesi in cui la stessa aggravante ad effetto speciale concorresse con aggravanti ad effetto comune (pena base la stessa circostanza ad effetto speciale, aumentata fino ad un terzo tante volte quante sono le aggravanti comuni). In definitiva, se avessimo un’aggravante ad effetto speciale in concorso con altre dieci aggravanti, la pena finale sarebbe più alta quando le altre nove fossero tutte ad effetto comune e più bassa quando fossero tutte ad effetto speciale, con esiti irrazionali in punto di proporzionalità della pena rispetto al fatto commesso e di ragionevolezza del trattamento sanzionatorio.
Da ultimo, meritano attenzione anche le conclusioni della Corte a proposito dell’art. 66 c.p. Come detto, secondo la sentenza, l’art. 66 c.p. va interpretato nel senso che il limite del triplo della pena massima per il reato base non opera in presenza di aggravanti ad effetto speciale, onde in queste ipotesi il limite massimo agli aumenti per la reclusione è trent’anni ai sensi dello stesso articolo. Quindi per la Corte tale disposizione non va letta come se affermasse che, se in applicazione degli aumenti per le circostanze aggravanti ad effetto speciale viene superato il limite del triplo del massimo della pena per il reato base, l’aumento è legittimo e il nuovo limite massimo “diventa” il quantum di pena risultante da detto aumento. Per la Cassazione, come detto, va interpretato come a dire che la mera sussistenza delle aggravanti ad effetto speciale “porta” a trent’anni di reclusione il limite complessivo di pena non valicabile per effetto degli aumenti. E dunque per questa via non ritiene in contrasto con il codice il fatto che il limite del triplo del massimo edittale venga superato in applicazione di aggravanti comuni, purché sussista almeno una circostanza aggravante ad effetto speciale.