Sussiste l’autoriciclaggio anche se il provento del delitto presupposto viene destinato ad attività illecite

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. II, 5 luglio 2018 (dep. 9 agosto 2018), n. 38422

La vicenda sottoposta all’esame della Cassazione riguarda un pubblico dipendente in servizio presso la cancelleria di un ufficio giudiziario che era stato sottoposto a misura cautelare perché accusato di aver chiesto e ottenuto valori bollati per importi maggiori rispetto al dovuto e di averli poi rivenduti ad altre persone in cambio di denaro.
Nello specifico gli venivano contestati i reati previsti dagli artt. 640 c. 2 e 648-ter.1 c.p.
A fronte di queste contestazioni sia il Giudice per le Indagini Preliminari, sia il Tribunale del riesame adito in funzione di giudice dell’appello cautelare, avevano escluso la sussistenza del reato di autoriciclaggio. Avevano osservato infatti che se è condivisibile l’affermazione che la monetizzazione dei valori bollati integri una condotta di impiego del bene provento di delitto idonea a dissimularne la provenienza illecita, tuttavia difetterebbe l’ulteriore requisito del reato, ossia l’impiego del provento illecito in attività economiche lecite, avendo la fattispecie di nuovo conio imposto un divieto di circolazione nel circuito economico legale di mezzi di provenienza illecita in forme che ne ostacolino la tracciabilità della fonte, finalizzato ad evitare la reimmissione di proventi illeciti nel circuito dell’economia legale.
A seguito del ricorso presentato dal Procuratore della Repubblica, la Suprema Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale, ritenendo invece fondata l’ipotesi accusatoria in ordine alla qualificazione giuridica dei fatti come autoriciclaggio.
La Corte anzitutto ricorda che l’autoriciclaggio punisce non tutte le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto, ma solo quelle idonee ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
D’altra parte durante i lavori preparatori alla stesura della norma la dottrina aveva evidenziato che il reimpiego del profitto del delitto presupposto da parte dell’autore dello stesso costituisce un mero post factum non punibile. Ed è per questo che il legislatore ha inteso punire con l’autoriciclaggio solo i casi di impiego, sostituzione o trasferimento che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzati appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio, “che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile)” (si veda su questo specifico punto Cass., Pen., Sez. II., 7 giugno 2018, dep. 5 luglio 2018, n. 30399, n.d.r.).
Una volta acclarata la concreta idoneità della condotta a recidere il nesso con il reato presupposto, resta solo da verificare se il profitto sia stato impiegato in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, a nulla rilevando se dette attività siano lecite o illecite.
Secondo la Cassazione non è infatti corretto affermare che la punizione del reimpiego in attività illecite darebbe luogo ad una ingiustificata duplicazione sanzionatoria. Si pensi ai casi come quello di specie dove l’autore del delitto presupposto consegue il profitto del reato già con il primo reato (la truffa in questo caso): la condotta successiva di impiego di tale profitto per lucrare sulla vendita del bene (i valori bollati) costituisce un quid pluris del tutto autonomo rispetto al delitto presupposto e pertanto meritevole di autonoma ed ulteriore sanzione.
Da ultimo la Corte osserva che a tale conclusione non è neppure di ostacolo la circostanza che la norma richieda il reimpiego in “attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative”, atteso che la nozione di attività economica o finanziaria va desunta dagli articoli 2082, 2135 e 2195 c.c. Dunque tale nozione fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del codice civile, tra cui dunque anche il mero scambio tra res e denaro.