Il termine a comparire in appello è di 20 giorni anche nel giudizio camerale

Di Valentina Bevilacqua -

Cass. pen., Sez. VI, 15 febbraio 2018, n. 7425

Con la sentenza in commento è stata affrontata la controversa questione inerente l’individuazione del termine minimo a comparire per il giudizio camerale in appello.
Nel caso di specie la difesa aveva proposto ricorso per cassazione denunziando la violazione di legge processuale, in particolare dell’art. 601 comma 3 c.p.p., avendo la Corte di Appello disatteso l’eccezione relativa alla mancata concessione, nel decreto di citazione, di un termine a comparire non inferiore a venti giorni.
La Corte Territoriale aveva ritenuto sufficiente il minor termine di dieci giorni previsto dall’art. 127 c.p.p., aderendo all’orientamento giurisprudenziale per cui la camera di consiglio riservata ai giudizi di appello che non coinvolgono complesse questioni di fatto o di diritto giustifica l’applicazione del minor termine a comparire, come richiamato dall’art. 599 comma 1 c.p.p. (Cfr., Cass. pen. Sez. VI, Sent. 03-11-2015, n. 44413 che richiama Cass. Sez. 1, 4-2-1992, dep. 18-11-1992, n. 3198).
Invero la Suprema Corte, richiamando la Giurisprudenza maggioritaria, ha annullato senza rinvio la pronuncia trasmettendo gli atti alla Corte di Appello di Milano per il giudizio, in quanto ha ritenuto che il decreto di citazione a comparire nel giudizio di appello fosse affetto dalla eccepita nullità di carattere generale a regime intermedio, non essendo stato rispettato il termine minimo a comparire di giorni venti.
Posto che l’avvenuta definizione del processo mediante rito abbreviato non implica che si tratti automaticamente di appello che “non coinvolge complesse questioni di fatto e di diritto” nei termini dell’art. 599 c.p.p., la pronuncia contiene un’argomentazione convincente sulla scorta dell’analisi, anche sistematica, delle norme.
In particolare è stato precisato che la previsione dell’art. 601 comma 3 c.p.p. ha carattere generale e ciò deriva sia dalla sua collocazione tra le disposizioni concernenti la disciplina in generale dell’appello, sia dal contenuto della norma, inteso a disciplinare lo svolgimento del giudizio di impugnazione tanto per il dibattimento che per le forme camerali nonché, infine, dalla scansione di tale disposizione che delinea, in generale, lo schema del decreto di citazione per il giudizio di appello anche nelle ipotesi in cui lo stesso sia celebrato nelle forme camerali.
L’art. 601 c.p.p., comma 2, infatti, prevede espressamente che “quando si procede in camera di consiglio a norma dell’art. 599, ne è fatta menzione nel decreto di citazione”.
Pertanto, chiarisce la Sesta Sezione della Suprema Corte, “nel contesto del medesimo art. 601 c.p.p. la indicazione ad opera del comma 3 del termine a comparire non inferiore a venti giorni deve intendersi riferita ad entrambe le forme procedimentali del giudizio di appello”.
D’altro canto in relazione all’art.127 c.p.p. viene precisato che tale norma “sul piano sistematico, delinea uno schema generale di procedimento in camera di consiglio, che trova applicazione solo ove non derogato da particolari disposizioni. Il rinvio operato dall’art. 599 c.p.p., comma 1, all’art. 127 dello stesso codice, mediante la formula “con le forme previste”, riguarda, peraltro, solo la disciplina prevista per lo svolgimento dell’udienza camerale e non implica, di per sè, la ricezione completa del modello procedimentale descritto in tale norma, ivi compresa la indicazione del termine a comparire”.