Violenza sessuale, abuso di condizioni di inferiorità e consenso

Di Anna Arleo -

Cass. Pen. Sez III, n. 45589 ud. 11.1.2017 – dep. 4.10.2017

La Terza Sezione Penale torna a pronunciarsi in tema di violenza sessuale con abuso delle condizioni di inferiorità fisica psichica confermando l’orientamento ermeneutico precedentemente adottato (Cass. Sez. III 1 aprile-9 luglio 2014 n. 29966) secondo il quale la condizione di inferiorità psichica della vittima al momento del fatto, ancorchè cagionata da una volontaria assunzione di bevande alcoliche e stupefacenti, è sufficiente ad integrare uno stato di menomazione per il quale il soggetto passivo versa in condizioni intellettive-cognitive-spirituali di minorata resistenza all’altrui opera di coazione psicologica ovvero fisica, e di incapacità di esprimere un valido consenso al rapporto.

Raccordando sul piano logico-giuridico le considerazioni che precedono con lo schema tipico del delitto di violenza sessuale con abuso delle condizioni di inferiorità di cui all’art. 609 bis co.2 n.1 cp., nel caso di specie analizzato dalla Suprema Corte, rileva lo stato di infermità psichica della vittima determinato dall’assunzione massiccia e volontaria di bevande alcoliche e stupefacenti, e l’aggressione alla sua sfera sessuale da parte di tre soggetti, connotata da modalità insidiose e subdole.

Tali condotte, realizzate spingendo la parte offesa a sottostare ad atti che diversamente non avrebbe compiuto, integrano compiutamente l’elemento oggettivo dell’abuso, poiché le condizioni di menomazione risultano essere state strumentalizzate per accedere alla sfera intima della persona, la quale, versando in uno stato di incapacità, viene ad essere ridotta al rango di un mezzo per il soddisfacimento della sessualità altrui.

In sintesi la norma in esame punisce il rapporto sessuale caratterizzato da un “differenziale di potere” conseguente alla strumentalizzazione della condizione di minorata capacità di resistenza o di comprensione della natura dell’atto, tali da alterare la genuinità del consenso del soggetto passivo.

Questo il percorso ricognitivo dei giudici di legittimità che hanno dunque ritenuto sussistente il reato di violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica anche qualora la persona offesa abbia volontariamente assunto droghe o alcool in quanto le condizioni per esprimere un valido consenso al rapporto sessuale prescindono dalla condotta di cagionare l’incapacità o l’incoscienza, poiché quello che rileva non è chi abbia cagionato lo stato di incapacità, ma se al momento degli atti sessuali la donna fosse o meno in grade di esprimere il consenso al rapporto.

Gli Ermellini confermano tali conclusioni interpretative procedendo dall’oggetto giuridico tutelato dal delitto, vale a dire la libertà sessuale intesa come libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona, e dunque inviolabile. Le relazioni sessuali costituiscono infatti uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente ed intese nella loro globalità, pertanto è necessario che sia prestato valido consenso che deve perdurare per l’intero arco del rapporto, nel rispetto dell’art. 2 Cost e dei principi sanciti dagli artt. 3 e 8 della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo afferenti al rispetto dell’integrità fisica della persona e alla sua sfera di riservatezza.