E’ violenza sessuale anche se l’assunzione di alcol e droghe da parte della vittima è stata volontaria

Di Gherardo Pecchioni -

Cass. Pen. Sez. III, 11 gennaio 2017, dep. il 4 ottobre 2017, n. 45589

Con la pronuncia in commento la Corte Suprema si occupa di violenza sessuale per induzione e, più precisamente, della fattispecie che si realizza mediante abuso delle condizioni di inferiorità psichica della persona offesa al momento del fatto. L’intera vicenda prende le mosse da una richiesta di applicazione della custodia cautelare in carcere da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma nei confronti di alcuni soggetti indagati per violenza sessuale di gruppo, che veniva rigettata dal Gip, con ordinanza confermata anche dal Tribunale del Riesame a seguito dell’appello del P.M.: i motivi del rigetto risiedevano nel fatto che, secondo la ricostruzione di questi ultimi e diversamente da quanto prospettato dalla Procura, la persona offesa aveva volontariamente assunto alcol e stupefacenti, e volontariamente aveva invitato gli indagati a casa propria, offrendo loro da bere e poi recandosi in camera da letto ove gli stessi l’avevano raggiunta; pertanto difettava il requisito dei gravi indizi di colpevolezza.
Ricorre dunque per Cassazione il P.M. sostenendo che il Tribunale aveva confuso l’induzione a far assumere alla persona offesa alcol e stupefacenti, da lui contestata unicamente come circostanza aggravante, con l’induzione a subire un rapporto sessuale, che sussisterebbe indipendentemente dalla citata aggravante, posto che gli indagati avevano già tutti ammesso di aver avuto rapporti sessuali con la vittima e che era accertato che quest’ultima fosse del tutto incapace di autodeterminarsi al momento del compimento degli atti sessuali.
La Corte Suprema, dopo aver ricordato come tra le condizioni di inferiorità psichica rilevanti ai fini della violenza sessuale rientrino anche quelle determinate dall’assunzione di alcol e droga, riconoscono la fondatezza delle argomentazioni del P.M., annullando l’ordinanza impugnata per difetto di motivazione. Ritengono infatti gli Ermellini che, affinché la fattispecie di violenza sessuale sia integrata, non rileva chi ha abbia cagionato lo stato di incapacità, ma unicamente se al momento in cui si realizza il rapporto sessuale una persona sia o meno in grado di esprimere un valido consenso allo stesso. E in merito alla verifica sull’esistenza o meno di tale consenso, l’impugnata ordinanza non aveva motivato adeguatamente, limitandosi ad evidenziare la volontarietà dell’assunzione di alcol e droga.
Pertanto, secondo il principio di diritto affermato con la sentenza in commento, la violenza sessuale sussiste anche quando un soggetto induce la persona offesa, che volontariamente ha assunto bevande alcoliche o sostanze stupefacenti, a compiere atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato da tale assunzione.