Violenza sessuale e atti sessuali con minorenne: qual è il discrimen?

Di Antonella Ciraulo -

Cass. pen., Sez. III, 2 dicembre 2016 (dep. 29 settembre 2017), n. 44936

La Corte di Cassazione era chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto dall’imputato, il quale era stato assolto in primo grado dal Tribunale di Palermo dalla contestata violenza sessuale nei confronti della nipote (punita ai sensi del combinato disposto degli artt. 609-bis e 609-ter c.p.), ultradecenne all’epoca dei fatti. In particolare, gli atti sessuali erano consistiti “in baci, toccamenti del seno e di altre parti intime nonché nella simulazione del congiungimento carnale, pur realizzata rimanendo i soggetti in questione entrambi vestiti”. Il Giudice di prime cure, valorizzando le risultanze probatorie, aveva escluso ogni forma di violenza ed aveva riqualificato il fatto nella fattispecie delittuosa degli atti sessuali con minorenne (art. 609-quater c.p.) procedibile a querela di parte e, conseguentemente, aveva pronunciato sentenza di proscioglimento difettando la condizione di procedibilità.

Avverso tale sentenza, proponeva appello il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, deducendo che nel corso dell’istruttoria dibattimentale fossero emerse le condotte di violenza da parte dell’imputato ai danni della minore. La Corte d’Appello, in riforma della sentenza impugnata, condannava l’imputato per il delitto originariamente contestato di violenza sessuale, ritenendo che “le condotte dell’imputato, consistenti anche nel porre il proprio corpo sopra quello della minore ovvero nell’agire in modo insidioso e rapido, così impedendo alla minore di difendersi, avrebbero integrato gli estremi del reato”.

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso dell’imputato, ha anzitutto ribadito il gravoso onere motivazionale incombente sui Giudici nel caso di statuizione di condanna che ribalti la precedente sentenza assolutoria. Più esattamente, la Corte territoriale non avrebbe potuto “limitarsi ad imporre la propria valutazione del compendio probatorio perché preferibile a quella coltivata nel provvedimento impugnato”. La circostanza per cui l’imputato si adagiasse con il corpo sopra quello della parte offesa, gravandolo del proprio peso, appare inidonea a fondare il giudizio fatto proprio dal giudicante di appello, trattandosi di una modalità, peraltro non certo atipica, di realizzazione dell’atto sessuale.

La Cassazione, dunque, ha individuato il discrimen tra violenza sessuale su minorenne e atti sessuali con minorenne, statuendo che ai fini della configurabilità del delitto di violenza sessuale non è sufficiente l’esercizio di una qualche forza fisica a carico del soggetto diverso dall’agente e “tipica” nella realizzazione di un atto sessuale, ma una forza fisica da cui derivi la coazione personale, che nel caso di specie non sussisteva, avendo la minore mostrato accondiscendenza al compimento degli atti, che erano cessati una volta manifestato il proprio dissenso.